WHO MADE MY CLOTHES? La battaglia di FashionRevolution per una moda più etica.

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La moda è una forza importante, di cui tenere conto nella nostra società. Può suscitare emozioni, provocare, guidare, affascinare.

Il 24 Aprile 2013, 1133 persone sono morte e molte altre sono state ferite quando il complesso produttivo di Rana Plaza, a Dhaka, in Bangldesh, è crollato.

Fashion Revolution dice: basta!

Crediamo in un’industria della moda che rispetti le persone, l’ambiente, la creatività e il profitto in eguale misura. Insieme, useremo il potere dell’industria della moda per catalizzare il cambiamento e ridare dignità alla catena di produzione.

dal sito web di fashionrevolution.org

Vi siete mai chiesti quale sia il VERO costo dei vestiti che indossate?

Se leggete il mio blog, probabilmente sì: del fatto di fare una moda etica, io vado molto fiera.

Mi piace pensare di riutilizzare tessuti che, industrialmente, verrebbero scartati. Mi piace andare piano, cucire “a misura d’uomo”.

Mi rendo conto che, ovviamente, una fabbrica ha altre tempistiche ma… tra il giusto guadagno e lo sfruttamento della manodopera, passa un mondo.

 

#Repost @fash_rev_ausnz ・・・ Today is World Water Day and the fashion industry is a thirsty one! World Water Day is about taking action to tackle the global water crisis. Today, there are over 663 million people living without a safe water supply close to home and coping with the health impacts of using contaminated water. The way we produce clothes has a direct impact on the world’s clean water resources with many waterways around the world suffering from poor treatment facilities and chemical burden. Almost 3000 litres of water goes into making a conventional cotton t shirt and over 20% of global industrial water pollution comes from the treatment and dyeing of textiles. There are various ways brands are addressing the issue through waterless production and dye processes, eliminating toxic dyes and educating consumers on better ways to care for their clothes. Let’s encourage them to keep going! #worldwaterday #fashionrevolution #carelabelproject #repost @fash_rev_ausnz

Un post condiviso da Fashion Revolution (@fash_rev) in data:

Cos’è FashRev?

  FashionRevolution è un’iniziativa nata qualche anno fa proprio per sottolineare il peso umano e ambientale che si cela dietro il fast fashion.   Questi vestiti di poco valore  -prodotti, indossati e buttati nel giro di una manciata di settimane- IMPOVERISCONO IL PIANETA:  

 

        • sono cuciti da operai sottopagati, che lavorano in condizioni disumane;

 

  • sono confezionati con materiali di bassa qualità, sprecando energia e generando inquinamento;

 

 

  • diverranno presto rifiuti che intaseranno le discariche di mezzo mondo.

 

 

 

Un’altra moda è possibile? Sì.

Non per forza comprando da piccoli produttori locali (anche se io lo consiglio. Come diceva la divina Vivienne “Buy less, choose well, make it last“) ma anche alzando la voce e chiedendo alle grandi catene della moda di adeguare le loro strategie produttive per renderle più eque. Il risultato saranno vestiti più costosi? Può essere. Compreremo una maglietta di meno, ma sarà prodotta con materiali migliori, in condizioni lavorative migliori, da persone meglio stipendiate. L’economia ne risentirà? Non credo: persone meglio stipendiate possono spendere di più, pagano di più le tasse, sono più disposte a investire per il loro futuro quindi, in definitiva, aiutano il sistema a girare meglio. Semplicistico? Forse. Attendo le risposte di chi ha idee più chiari in fatto di micro e macro economia.

Cosa possiamo fare in concreto?

FashionRevolution chiede:

Unisciti a noi dal 24 al 30 Aprile 2017, indossa un indumento al contrario, scatta una foto e postala sui social chiedendo ai brand “Chi ha fatto i miei vestiti?”

 

 

 

Nelle scorse edizioni, migliaia di persone lo hanno già fatto: un piccolo gesto per provare ad ottenere un grande risultato.

Parlare di questa bella iniziative il 25 Aprile, poi, mi sembra particolarmente significativo. Ogni giorno ci sono delle cause per cui vale la pena battersi, perché il mondo che sognarono i nostri nonni, purtroppo, non esiste ancora. 

 

 

 

 

 

 

 

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