CREAZIONI - donna

A greener approach: il vestito di riciclo.

Si può fare qualcosa di carino con degli scarti?

Sì, il design ce lo insegna da tempo.

 

La riflessione.

Reuse, Reduce, Recycle: le tre R che dovrebbero guidare il nostro approccio al mondo. Comprare cose belle e durevoli, prodotte con materiali nobili e con basso impatto verso l’ambiente. Comprare meno. Consumare meno.

Visto che, personalmente, acquisto pochi vestiti, ultimamente sto cercando di razionare le compere inutili di stoffe: è vero che nessun bimbo Vietnamita mi avrà cucito una maglietta ma, avendo lavorato in una multinazionale del tessuto, la quantità di componenti chimici inquinanti e pericolosi impiegati in fase di confezione (lavaggio, tintura, sbiancamento, fissaggio…) mi ha sempre impressionato e portato a riflettere sull’impatto ambientale di un singolo capo di vestiario.

Il vestito.

Volevo fare qualcosa di carino per la MMW della scorsa settimana: qualcosa che parlasse di me alle persone che dovevo incontrare. Che poi è un po’ sempre lo scopo di farsi i vestiti in proprio, no?

Poter avere addosso qualcosa di tuo, solo tuo, inequivocabilmente tuo.

Poi, i piani sono un po’ saltati ma vabbè: i vestiti me li sono messa lo stesso!

Anyway, questo vestito è fatto solo di scarti: avanzi di tovaglie, scampolini di pizzo usato per mutande e reggiseni confezionati in precedenza, piccoli campioni di stoffe, brandelli di voile che nemmeno so da dove venivano…

Adoro la sfida di far coesistere elementi così diversi in modo coerente, di trovare loro un posto nel quadro generale di un abito che -comunque- aspira ad essere elegante e non un patchwork pietoso.

Le foto.

Questi scatti non li ho fatti io.  Eh, mi sa che si intuiva 😂

Sono frutto del lavoro di una persona dal talento strabordante (e dalla robusta pazienza): Marzia Benigna di Officina PhotoSensibile, la mia Mabe Incomoderate.

Io e lei ci conosciamo da… tanto. Tanto tanto tanto. Con lei mi sento a mio agio (e, con una macchina fotografica di mezzo, non è una cosa che mi succede spesso. No, non succede MAI, in realtà, come ben sa ogni fotografo che ci prova). Marzia mi guarda con affetto e mi lascia fare; io mi fido e riesco a non congelarmi nelle solite pose sgraziate da gatto sorpreso dai fari delle automobili.

Grazie, Marzia: perché… sei brava. Perché sei bellissima, perché sei mia amica.

Perché, probabilmente, tutti ci meritiamo un pomeriggio a sentirci delle celebrità: è terapeutico; dovrebbe passarlo la mutua. GRAZIE.

 

[Il postodelcuore in cui abbiamo scattato è CasaMolloy, ovvero Latteria e Distilleria Molloy… ca va sans dire per chiunque ci conosca ma, per tutti gli altri: è il posto più bello del mondo. E noi vi aspettiamo con i concerti, le presentazioni di libri, i cocktail buoni, la birra di qualità, i piatti da leccarvi il palato, il teatro, le mostre, le fotografie, il giardino, il parco, le tartarughe che vanno a spasso e i bambini che corrono felici. Sembra troppo? E pensate che ve ne ho raccontato solo un pezzettino]

 

Il libro del giorno.

Marzia non è solo una fotografa con i controcosy: ha anche delle idee CEGNIALI!

“Ma, senti, Perla, tu che leggi tanto: perché non abbini anche un libro, ai tuoi vestiti?”

“Pota, perché non c’ero mai arrivata da sola.”

E fu così che c’abbiamo la rubrica nuova.

Hey ho, let’s primo libro. Ho già rotto un po’ le scatole a tutti, con questo: “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara, letto perché ne parlò un sacco Tegamini.

Non è un libro semplicissimo. E’ il classico tomone che lascia aperti più interrogativi di quanti ne chiude. Che ha così tante parentesi, così tante possibilità che poi -alla fine- il rischio è di chiedersi quante sono state le sottotrame sprecate, le cose un po’ buttate lì, le parti interessanti lasciate morire.

Ma è un mondo. E’ una vita, in ogni senso. Sia a livello temporale (copre un arco di almeno 40/50 anni) che per la densità delle storie che ingloba.

E’ un testo non difficile in sè -it’s pur sempre narrativa, baby: mica un saggio- ma ha dei passaggi che urtano, che sono fisicamente spiacevoli. A me è capitato di piangere, nel corso della lettura.

Perché è impossibile non lasciarsi toccare dalla sofferenza di Jude. Dalla sua dignità, dalla sua testardaggine. Dal suo cedere, ad un certo punto, all’ineluttabile bellezza della vita.

Per Jude si piange anche di gioia. Quando finalmente accetta di piegare un po’ a testa, quando sente di meritare qualcosa.

Certo, alcune cose sono un pochetto lontane dal verosimile, o forzate, o voyeuristiche.

MA. Questo libro ha una forza. Merita.

 

Il pezzo del giorno.

Marzia mi ha anche suggerito di mettere qui le robe che suono su Instagram ma IG è unammerda vèra e non mi lascia linkare le singole storie in evidenza (solo il circoletto con TUTTE le storie).

Quindi…. in attesa di decidermi a caricare le robe da qualche parte, vi lascio qualcuno che suona e canta meglio di me.

Questa l’ho fatta stamattina con l’ukulele, è bellissima e -come sempre- scelta in maniera DEL TUTTO CASUALE, NESSUNO SI SENTA CHIAMATO IN CAUSA, HEY CIAO, STO PARLANDO PROPRIO CON TE CHE CI GUARDI IN SILENZIO DA Lì IN FONDO.

 

 

 

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