CREAZIONI - donna

May you live in tempi che meritino i vestiti che ti cuci (di Little Black Dresses e arte contemporanea)

Meritarsi il mondo in cui si vive / costruirsi un mondo che ci meriti.

Sono nata ben oltre la Blank Generation di cui parlava Richard Hell ma ben prima di questa Generazione Z, o dei Millennials.

Mi sembra che, con i dovuti distinguo -per l’amor del cielo: sono la prima a non voler semplificare!-, in qualche modo si continui a guardare il dito e non la Luna.

I genitori dei preadolescenti di oggi sono miei coetanei. Anzi: ormai lo sono anche i genitori di chi nell’adolescenza c’è dentro in pieno. Sarà che ho tanti amici giovani-giovani, sarà che ho ben 3 neo-maggiorenni nel mio ristretto gruppo prossimale… Insomma, non mi sembra che le cose siano così diverse, da quando avevo 18 anni io.

Hanno i social, ok. Io avevo il telefono cellulare. Mia madre e mio padre avevano la televisione. I miei nonni avevano la radio. I miei bisnonni i giornali.

Certamente, l’evoluzione tecnologica ha le sue colpe: avere tutto a portata di mano, tutto facile e veloce, la latenza che si accorcia sempre di più, la soglia dell’attenzione che si abbassa… Ma, a pensarci bene, alla fine: è il consumismo, bellezza, mica la tecnologia.

Non è che Facebook ha inventato React per niente: gli serviva per farci vedere meglio la pubblicità.

Non è che YouTube ci ha abituato ai video in HD perché gli faceva  bello: era perché gli annunci fossero più performanti alla conversione.

Capitalism stole my virginity, once more.

Ho semplificato? Ovvio. Che bellezza.

 

La profondità di oggi nasce dallo stordimento di ieri.

Sono stata alla Biennale di Venezia.

L’immenso Blockbuster (nel senso di vetrina ma anche nel senso di contenitore di cose non tutte dello stesso valore) del’arte contemporanea.

Riflessioni a caldo: tante opere bellissime, tante che non ho capito, tanti spunti… e devo decidermi a portarmi dietro un quaderno su cui prendere appunti, perché sono arteriosclerotica e mi sono già dimenticata metà dei commenti profondissimi e saggi che ho fatto (le prime 2 ore ragiono bene, dopo 5 comincio a perdere i colpi, dopo 8 mi dimentico quello che ho detto nelle prime due. E ho fatto davvero 10/18 tra Arsenale, Giardini e mostre esterne. Il tutto seguito da un paio di Spritz, ok: MA CHE PIGNOLI CHE SIETE!).

A caso, my two cents: il tema era May you live in interesting times; da lì, il paragrafo precedente.

Veramente viviamo in tempi interessanti (semicit): in tempi che dobbiamo migliorare, in cui c’è tanto per cui combattere, tanto da cambiare.

Viviamo in tempi difficili: che ci offrono sfide spesso bloccanti, spesso ai limiti con il tollerabile. Sfide a livello etico, umano, tecnologico -di nuovo!-, medico, biologico. Sono tempi che ci spingono a capire i limiti dell’umano: siamo nell’epoca della pre-intelligenza artificiale, della post-privacy, della povertà endemica, delle spropositate ricchezze, delle nuove malattie, dei nuovi bisogni, del divide (digitale, di genere, di capacità, di competenze…) come irrisolvibile pratica del quotidiano.

Per quel poco che mi ricordo del Padiglione Italia, mi sembra che Farronato abbia voluto dirci proprio questo: siamo nei tempi convulsi dove conta -praticamente- solo quello che sentiamo. Senza sfociare nell’individualismo -nel solipsismo forzato (che non siamo più negli anni ’70, ndòmm)- ma siamo immersi in un labirinto di sensazioni ed esperienze di cui siamo gli unici a dover tirare le somme. Se non ora quando, se non io chi?

In mezzo a questo dedalo di cose, ogni tanto, uno specchio ci porta a chiederci: IO cosa sto imparando? Cosa sto vedendo? Cosa sto facendo? IO che spazio occupo, in tutta questa cosa? IO sto tracciando il mio percorso? Mi sto dando da fare per quello che per me è importante?

Ah ma questo è un blog di cucito??

Osti, mi ero dimenticata! Vabbè, ma ditemelo, quando sto delirando.

Questo vestito nasce dal fatto che Batteristadelcuore mi ha portato il cinema e io non avevo niente di nuovo da mettermi (che riflessione profondissima! Eddai che ci stava, dopo tutta ‘sta filosofia).

Su un Patrones che avevo preso in Spagna un miliardo di anni fa c’era un vestito molto carino… Peccato che non avessi mai fatto caso al fatto che era una taglia forte. (Vogliamo parlare del fatto che nei giornali mettono le 44 a fare le taglie forti?! No, sennò non ne usciamo più e io devo decisamente mettermi a lavorare).

Comunque… il Vestito era semplice da copiare, io avevo dello scuba nero ➡➡➡ little black dress.

TA DAAAAAN!

</parte di questo post dedicata al cucito>

 

Il pezzo del giorno.

Chiamatissima, I know.

 

 

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