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Un costume intero, un’amica, un amaro: di come le cose non siano semplici ma non accanircisi aiuti.

Siamo uscite a fare le foto il 14 di Agosto. Anche se è una giornata di quelle che le fanno dire “Some days are just hard”.

 

Che poi è una roba che mi ha insegnato lei: ci sono degli accadimenti (persone, ricordi, situazioni…) che è meglio assecondare come un giunco, invece di fare sempre muro contro muro. Non rende le cose più facili né meno dolorose: ti aiuta solo a preservare le energie che useresti per combattere -e perdere- una battaglia contro te stesso.

 

Negli ultimi tempi, mi sento un po’ così: un po’ più elastica, un po’ più accogliente.

Un po’ più ben disposta anche ad uscire da una comfort zone che, per me, è spesso stata sinonimo di rigidità.

 

Così, con Marzia -la mia amicia, la mia musa, la mia artista- abbiamo fatto degli “shooting” (tra tante virgolette, sia mai che pensiate che sono impadzitah del tutto) che non sono proprio il mio.

Ci siamo messe nel lago e abbiamo -finally!- scattato quella Ophelia di Millais che sognavo di essere da anni (sì, poi metto anche le foto, eh – calma, orpo); abbiamo giocato con i contrasti e gli equilibri (qui idea tutta di M., infatti le foto sono bellissime – sì, anche quelle con i miei tempi ma le pubblico).

 

L’ho già detto ma lo ripeto comunque: io non sono quella di queste foto e chi mi conosce lo sa (cit).

Marzia ha la delicatezza, l’occhio, la bravura di tirare fuori quello che non sai di avere e di fissarlo nei pixel. Di far sembrare belle anche le orecchie a sventola e le macchie dei brufoli.

Sono magie sue, è il suo talento.

 

La costruzione.

Per la cronaca: sono così pigra che questo costume non l’ho disegnato io.

Sono così sciroccata che ho solo deciso di complicarmi le cose il più possibile nel cucirlo.

 

Dunque: cartamodello di Cartamodelli Magazine nr.42 di Agosto 2021, taglia 34 (loro sono generosi e io sono molto bassa – il vanity sizing colpisce ancora. Non trovo questa cosa positiva ma di certo non è la prima volta che ne parlo: io sono una 42, nei modelli degli anni ’80. Perché mai dovrei gioire del fatto che ora mi sottraggono un po’ di numeri ad kadzum?).

 

Un costumino intero facile facile, bellino perché ha il retro scollatino a V e le spalline che si allacciano a fiocco.
Io avevo una lycra viola scuro super stretch perfetta per i costumi e un pizzo rosa poco elastico e pure un po’ spessino. Va’, che matrimonio scritto in cielo.

Per la cronaca: il matrimonio funziona solo perchè il costume non è tagliato doppio e la mutanda non è inclusa nel disegno. Insomma, al posto di aver fatto un blocco unico tipo bodycon, hanno giocato con la morbidezza già nel disegno, permettendo alle sartine di non usare necessariamente solo tessuti elasticissimi. Mi è sembrato un ottimo spunto di lavoro… tipo che io non l’avrei fatto e mi sarei tirata mille paranoie, se avessi disegnato un costume da bagno con così tante cuciture (se lo fa uno che disegna di mestiere, invece: zero problemi, bravo, genio del giorno).

 

Qualche tip per i neofiti del cucito dei tessuti elastici (più ancora per chi vuole cucire un costume da bagno):

  • ago ball-point sempre, anche se non credete serva;
  • cambiatelo spesso SPESSOSPESSOSPESSO NON FATE I TIRCHI SUGLI AGHI CHE POI SPENDETE I SOLDI IN BIRRINE, IO VI VEDO;
  • sarebbe meglio usare un filo ad hoc, mica il cotone delle rocche che la Cilia ti ha regalato nel millenovecentonovantaemai. Ma è pure bello vivere pericolosamente e vedere in quanto si brucia per colpa del cloro;
  • promettetemi che l’elastico lo comprate bello, mica quello dei China che poi venite a piangere e dirmi “si può fare qualcosa?” e io vi devo rispondere “certo: buttare via tutto” e sembro la solita stronza senza qore.

 

Tornando a me e al costumino rosino: il risultato comunque mi piace.

Non sarà un robo di quelli per attaversarci il Bosforo a nuoto ma potrebbe diventare un body da mettere con una gonnellina.

 

Io sembro sempre un po’ Little Miss Sunshine, con i costumi interi, ma questa è evidentemente un’altra storia.

 

Il libro del giorno.

Posso essere paracula?

Massì, è il mio blog, chissene!

 

Quindi scelgo “The wild Iris” di Louise Gluck, premio Nobel 2020 che io mica conoscevo, finché non ho letto il suo nome sul giornale.

Bellissima; altera; una voce pungente; un debito per nulla occultato nei confronti della Plath: ci sono voluti 5 minuti ad innamorarmi.

 

Overhead, noises, branches of the pine shifting.
Then nothing. The weak sun
flickered over the dry surface.

It is terrible to survive
as consciousness
buried in the dark earth.

Then it was over: that which you fear, being
a soul and unable
to speak, ending abruptly, the stiff earth
bending a little. And what I took to be
birds darting in low shrubs.

You who do not remember
passage from the other world
I tell you I could speak again: whatever
returns from oblivion returns
to find a voice:

from the center of my life came
a great fountain, deep blue
shadows on azure seawater.

[The Wild Iris, Louise Gluck; 1992]

 

IL pezzo del giorno.

Mai facile come questa volta.

 

“Sto guardando che fiore è il dixie.”

“Ma non è un fiore: è un modo di dire.”

“Vabbè, che c’entra. Magari in serra lo vendono.”

(così, anche solo per restare in tema di fiori)

 

 

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